venerdì 14 febbraio 2014

Ma è serio chiedere elezioni ogni anno?

di Achille Nobiloni
 
Tutti a invocare le elezioni - a un anno dalle ultime - come se fossero l'unico vero modo di risolvere i problemi italiani!! Ma ce lo ricordiamo che in Italia dall'8 maggio 1948, data di inizio della prima legislatura, ci sono state 17 legislature della durata media di meno di 3 anni e 10 mesi l'una?
A forza di casini, scissioni, ricatti, scandali vari, il Parlamento diventa ingovernabile e allora ....... tutti al voto perchè solo questa è vera democrazia!! Ma non sarà che siamo un popolo di matti litigiosi che non riuscendo a governarci non troviamo niente di meglio da fare che andare al voto e ritrovarci poco dopo tutti allo stesso punto di partenza?
 
 
E i Governi? Peggio mi sento! Dal 10 dicembre 1945, primo governo De Gsperi, a oggi ce ne sono stati ben 62, della durata media di 1 anno e 1 mese l'uno!! Roba da far scappare dalle risate, specialmente se si considera che i presidenti del Consiglio avvicendatisi a Palazzo Chigi sono stati solo 26: in pratica, e sempre in media, ognuno di essi s'è fatto quasi due governi e mezzo!
E poi andiamo cercando stabilità e democratiche elezioni: e già, quando a forza di fare casini ci cacciamo in un vicolo cieco .... "tutti al voto, tutti al voto!!". E poi??

martedì 28 gennaio 2014

Stipendi alti e stipendi bassi: chi toglie soldi a chi?

Di Achille Nobiloni

Dialogando su facebook con un mio quasi ex-compagno di scuola (abbiamo frequentato la stessa scuola elementare negli stessi anni ma in sezioni diverse) mi dice che lui non se la prende con chi guadagna un bello stipendio ma non gli sta bene se gli dicono che tolgono soldi a lui per darli a chi guadagna molto più di lui.
Il riferimento è alla diversità dei trattamenti retributivi ma anche alla diversità dei trattamenti pensionistici e a quella tra calcolo retributivo e contributivo e io gli faccio notare che oggi come oggi, che lui è in pensione, nessuno toglie soldi a lui per darli ad altri visto che anche la sua pensione è “retributiva”.
In proposito il mio amico, con simpatie 5 stelle, mi dice che attualmente la sua pensione è pari all’80% della sua ultima retribuzione che era pari a 3.500 euro al mese.


A questo punto mi è venuto spontaneo fargli il discorso che riproduco pari pari qui di seguito:
“A me piace affrontare i temi uno alla volta e con un approccio pragmatico e concreto.
1) Parliamo quindi di pensioni retributive e contributive. C’è chi dice che con il metodo retributivo chi prende di più toglie soldi a chi prende meno. Non è vero, semmai li toglie alle generazioni future ed è quindi giusto cambiare sistema ma con la dovuta gradualità e i dovuti accorgimenti, prima di tutto per non penalizzare i giovani di oggi ma anche per non colpevolizzare intere generazioni di pensionati e neopensionati la cui unica colpa è quella di aver beneficiato di un sistema che non loro, ma lo Stato e i politici che lo guidavano, avevano messo in piedi e giurato più volte, tra scalini e scaloni vari, di aver risanato e messo in sicurezza.
2) Parliamo di pensioni attuali. Anche la tua è retributiva e se ora venisse immediatamente applicato il "contributivo subito per tutti", come alcuni chiedono, anche la tua pensione dovrebbe essere ritoccata al ribasso, che ti piaccia o no.
3) Proviamo a fare un confronto semplice semplice basato su 13 stipendi l'anno e su una pensione come la tua e su quella di un manager che guadagna 200.000 euro l'anno. Tu dici che guadagnavi 3.500 euro al mese e che la tua pensione è l'80% di quella retribuzione. Bene, vuol dire che avevi uno stipendio annuo di 45.500 euro sul quale, in base alle attuali aliquote fiscali, pagavi 13.610 euro di tasse pari a un prelievo del 29,9% e oggi prendi una pensione di 2.800 euro al mese, pari appunto all'80% dell'ultima retribuzione. Ok! Un dirigente che prenda 200.000 euro l'anno ne paga 79.070 di tasse, pari a un prelievo del 39,5% contro il tuo 29,9 (praticamente 40% contro 30%) e di pensione prenderà meno di 7.500 euro lordi al mese pari a meno del 50% della sua ultima retribuzione mensile, contro il tuo 80%. Pensi ancora che stiano togliendo soldi a te per darli a lui?”.
Sto ancora aspettando la risposta ma nel suo caso sono certo che me la darà perché è persona in assoluta buona fede e della massima onestà intellettuale. E tra l’altro è un caro amico col quale ci divertiamo a confrontarci specialmente quando mi diverto a stuzzicarlo dandogli del “populista”.

lunedì 13 gennaio 2014

Welfare e tasse sulla casa: a "tirare la coperta" son buoni tutti!

Da decenni si continua a tirare da una parte all’altra la stessa vecchia coperta stretta. Piuttosto che avere un guizzo di fantasia per rinnovare politica, partiti e sindacati (e magari rischiare qualche poltrona o privilegio) ora è molto più facile mettere i figli contro i padri con la scusa del “conflitto generazionale”.

di Achille Nobiloni

A tirare da una parte all'altra la coperta stretta sono capaci tutti: è un esercizio che non richiede nessuna competenza particolare, nessuno sforzo di fantasia e di solito vince il più forte.
Questo è quello che accade quando i costi del welfare si vogliono coprire con nuove tasse sulla casa, quando il deficit viene ripianato con l’aumento dell’Iva o delle accise sui carburanti, quando per risolvere i problemi della previdenza non si trova niente di meglio da fare che bloccare l’indicizzazione delle pensioni o, come suggerirebbero alcuni, tagliare quelle ritenute “d’oro” (c’è chi dice lo siano già al livello di 3.000 euro lordi mensili!) applicando subito a tutti e per intero il sistema “contributivo” anche a chi in pensione c’è andato due-tre-quattro anni fa o ci sta andando ora dopo che per quarant’anni ha saputo che le regole erano altre.
Insomma sembra che governare l’Italia sia davvero facile: creare crescita e nuova ricchezza non se ne parla neanche; stare al passo con lo sviluppo degli altri Paesi è un optional e quindi non necessario; quando i soldi non bastano si “redistribuiscono” quei pochi che ci sono scatenando quella che sembra sempre di più una vera e propria “guerra tra poveri”, facendo però bene attenzione a non toccare i privilegi veri, e se poi i soldi ancora non bastano allora si vende (o svende?) ciò di cui lo Stato è proprietario ma non sa far rendere come dovrebbe.
Si parla tanto, e giustamente, di “responsabilità civile” dei giudici ma di quella dei politici non parla nessuno. Per i manager che arrecano un danno economico alla propria società c’è l’azione di responsabilità ma, a meno che la memoria non m’inganni, non ho mai sentito di un ministro al quale sia stato chiesto il risarcimento dei danni arrecati alle casse dello Stato. E quel che è bello è che fino al ribaltone delle ultime elezioni i politici italiani son sempre stati più o meno gli stessi e, come si diceva quarant’anni fa di Orietta Berti al Festival di San Remo, nessuno li voleva più ma tutti li votavano.
A governare l’Italia in questo modo son buoni tutti e infatti siamo arrivati dove siamo arrivati, con la coperta stretta tirata dal più forte di turno: Maroni mise lo “scalone” sulle pensioni (dice su imposizione di Bossi e Tremonti); Prodi lo tolse; la Fornero ha fatto quel che ha fatto e ora tutti hanno scoperto il welfare e le “pensioni d’oro”. Ma a parlare di misure di liberalizzazione e di semplificazione burocratica in grado di rilanciare almeno l’economia spicciola e la piccola impresa non ci pensa nessuno? 
 


Quando nell’estate del 1971 appena finito il liceo andai in Inghilterra per imparare l’inglese, mi ritrovai a fare il magazziniere in un motel della Esso a Maidenhead, nella periferia di Londra. Lavorai due mesi e mezzo, venivo pagato un tanto a settimana e alla fine del periodo mi dettero anche una piccola liquidazione. Lì era normale che i ragazzi d’estate facessero dei lavoretti per pagarsi un viaggio, una chitarra elettrica, una macchina usata o per mettersi da parte qualche soldo, non come in Italia dove la cosa era impossibile per almeno due motivi: il pregiudizio (un minorenne mandato a lavorare invece che in vacanza voleva dire come minimo che la famiglia era caduta in disgrazia!) e la burocrazia (assicurazione, permessi, ufficio di collocamento, previdenza, ecc.).
Tempo fa su facebook girava una storiella di fantasia che spiegava in modo esemplificativo e pittoresco perché in Italia aziende come Apple e Microsoft non sarebbero mai potute nascere. In un garage poi? Figuriamoci!! Tutti sapete quanto sia complicato aprire un qualsiasi esercizio commerciale nel nostro Paese o perfino vendere delle torte fatte in casa. Figuriamoci offrire ai giovani una Scuola che insegni loro un mestiere, una Università che gli consenta di fare apprendistato in un’azienda mentre ancora studiano, una Ricerca che consenta loro di formarsi durante gli studi e durante il lavoro e soprattutto un mercato e delle regole che gli consentano di mettersi in proprio e sperimentare sul campo quel che hanno imparato, avviando con regole semplificate una propria attività commerciale, artigianale o perché no, avendone le possibilità, anche industriale. Per carità ...!
Dicevano i latini “quieta non movere”: meglio lasciare tutto com’è e anziché rinnovare la politica, i partiti, il sindacato, col pericolo di dover rinunciare a poltrone e privilegi di varia natura, è ora molto più facile invocare il “conflitto generazionale” e mettere i giovani e i precari contro i loro padri e i loro zii colpevoli di percepire pensioni di 3.000 euro lordi al mese considerate “d’oro” per il solo fatto di essere calcolate col metodo retributivo.
Poi ci sarebbero sempre la spesa pubblica e il mistero del perché se io costruisco un muretto nel mio giardino mi costa 1.000 euro e se lo costruisce il Comune o la Provincia in un luogo pubblico ne costa almeno 5.000 ... “ma quella è un’altra storia”. (citazione cinematografica dal vecchio ma sempre bellissimo “Irma la dolce”).

sabato 28 dicembre 2013

Retributivo, contributivo e conflitto generazionale

Quando l'informazione parziale rischia di alimentare equivoci e malessere sociale

di Achille Nobiloni

Forse sopito, solo per il momento, il tema delle “pensioni d’oro” c’è chi torna a gettare benzina sul fuoco alimentando, si spera inconsapevolmente, se non proprio l’”odio” quanto meno lo “scontro” intergenerazionale questa volta sul tema del confronto tra regime retributivo e regime contributivo.
“Caro pensionato che ti lamenti che la tua pensione retributiva di 2.000 euro lordi sia bassa, vallo a raccontare a un giovane precario”: questo ad esempio il tweet recente non di un qualsiasi populista dell’ultima ora ma di un noto economista, professore e autore di articoli su testate nazionali, e questo l’immediato tweet di replica di uno dei suoi lettori: “… e soprattutto pensa cosa gli rubi con il retributivo che ti è stato graziosamente riconosciuto. #contributivopertutti”.
Si direbbe insomma che sia proprio un’abitudine tutta italiana quella di spostare l’attenzione dagli aspetti centrali a quelli periferici di un dato tema o presentare le cose guardandole non di fronte ma da un angolo laterale e quindi con una prospettiva distorta, con tutto quel che ne consegue.
Tanto per partire dall’esempio delle “pensioni d’oro”: in Italia ci sono circa 16 milioni e mezzo di pensionati, dei quali 7,2 non arrivano a 1.000 euro lordi al mese (circa 2,2 sono addirittura sotto i 500 euro), circa 6,8 milioni hanno una pensione tra i 1.000 e i 2.000 euro, circa 2,4 milioni beneficiano di un assegno compreso tra i 2.000 e i 5.000 euro lordi al mese e meno di 150 mila pensionati ricevono un assegno di oltre 5.000 euro al mese. Bene, se quasi la metà dei pensionati italiani è sotto i 1.000 euro al mese e oltre 2 milioni di essi non arriva neanche a 500 euro sembra quasi che la colpa non sia stata del sistema previdenziale italiano (bassa età pensionabile, baby pensioni, cattivo uso degli ammortizzatori sociali, ecc.) ma di quel 14% di lavoratori che ha avuto l’ardire di andare in pensione con “pensioni d’oro” (!!) comprese tra i 2.000 e i 5.000 euro lordi al mese.
Se invece ci riferiamo al conflitto intergenerazionale e leggiamo quel che scrivono il nostro economista e il suo follower su twitter (lo dico senza ironia e con il massimo rispetto) allora dovremmo concludere che anche una pensione di 2.000 euro mensili lordi dopo quarant’anni di lavoro, giacché retributiva anziché contributiva, è comunque un furto nei confronti del giovane precario di oggi.


E già perché in questo modo il giovane precario o il giovane disoccupato anziché arrovellarsi a capire con chi prendersela per la situazione spiacevole in cui si trova (uno Stato imprevidente che anziché pensare a scuola, ricerca, formazione e a favorire gli investimenti, lo sviluppo e l’occupazione ha sperperato risorse in una spesa pubblica clientelare e inefficiente coperta per lo più con sempre nuove tasse; imprenditori nel corso dei decenni attratti più dalla finanza che dall’industria; sindacati autoreferenziali sempre più attenti al mondo della politica che a quello del lavoro; ecc.) avrà davanti a se persone fisiche, in carne e ossa, cui imputare la propria precarietà o la propria disoccupazione: il padre, lo zio, il vicino di casa e tanti altri che con la loro pensione retributiva “d’oro” di 2.000 euro lordi al mese gli starebbero rubando il futuro.
Non sono né un economista né un giurista né tanto meno un politico e quindi lascio ad altri riflessioni su temi quali rendimenti, diritti acquisiti, redistribuzione della ricchezza, conflitto intergenerazionale, ecc. Avrei però qualche domanda alla quale mi piacerebbe che qualcuno che in questi settori ne sa più di me mi rispondesse.
La prima, rivolta soprattutto a chi invoca il “contributivo per tutti” subito, riguarda proprio quell’85% di pensioni sotto i 2.000 euro lordi al mese: non sono state anch’esse calcolate col sistema retributivo? Cosa accadrebbe loro se da domani mattina venissero ricalcolate e pagate col sistema “contributivo per tutti”? Non so certo dire di quanto ma credo che calerebbero tutte subito, sia quelle sotto i 2.000 euro sia quelle sotto i 1.000, salvandosi forse solo quelle sociali e quelle di invalidità che immagino calcolate con metodi diversi dal retributivo o contributivo. Credo anche che non ci potrebbero essere soglie al di sopra o al di sotto delle quali applicare l’uno o l’altro metodo dal momento che ciò produrrebbe una disparità di trattamento (ma la Costituzione sancisce il principio di uguaglianza) che inoltre si andrebbe a sovrapporre, alterandolo credo illegittimamente, al meccanismo della progressività del prelievo fiscale.
Mi chiedo poi se siano stati elaborati sistemi di calcolo attendibili sulla differenza di trattamento derivante dall’applicazione retroattiva del metodo contributivo e se si abbia un’idea concreta di quanto si potrebbe “recuperare” con questa misura.
Mi chiedo anche se sia corretto cambiare continuamente le regole del gioco, prima con un innalzamento improvviso e sensibile dell’età pensionabile e poi con una eventuale riduzione retroattiva della pensione a tutti coloro i quali, non toccati dalla riforma Dini, non erano stati indotti neanche a riflettere sull’opportunità di far ricorso alla previdenza integrativa nel frattempo introdotta.
Infine mi chiedo se un precario di oggi riceverebbe un vantaggio maggiore dal taglio improvviso della pensione retributiva del padre, che magari lo aiuta ad arrivare a fine mese, o piuttosto da misure mirate a favorire lo sviluppo e l’occupazione. E non mi si dica, per i motivi che abbiamo visto sopra, che queste misure potrebbero essere finanziate proprio con i tagli alle cosiddette “pensioni d’oro”.

venerdì 8 novembre 2013

La differenza tra "investire" in Italia e "comprare" in Italia

di Achille Nobiloni

Qual è la differenza tra “investire in Italia” e comprarsi un’azienda italiana? C’è chi sostiene che tra le due cose non vi sia differenza e il fatto che uno straniero compri un’azienda italiana vada considerato come un risultato positivo degli sforzi per attrarre gli investitori stranieri in Italia.
Secondo me invece la differenza c’è, eccome: chi “investe” in Italia crede nel nostro Paese e nelle nostre competenze (tutto sta a vedere quanti e quali sono quelli che ancora lo fanno), viene quindi da noi, compra un terreno, ci costruisce sopra una fabbrica, magari una succursale dell’industria che gestisce in patria, assume gente e crea una nuova attività produttiva. Chi invece compra una azienda in Italia non sempre è animato dagli stessi intenti e a volte può anzi essere mosso da un fine predatorio: viene in Italia, si compra un’azienda locale, magari complementare all’attività principale che egli svolge in patria, inserisce l’azienda italiana nel proprio circuito internazionale sfruttando sinergie e razionalizzazioni a discapito della stessa azienda italiana quando non addirittura smembrandola con la classica tecnica dello “spezzatino” o prosciugandone le risorse.
Esemplare a tale riguardo è quanto riportava l’articolo qui sotto del Fatto Quotidiano del 6 novembre scorso.

Dal Fatto Quotidiano del 6 novembre scorso
Certo questo non vuol dire che quella descritta qui sopra sia la regola ma certo è un rischio che si corre a vendere le nostre aziende agli stranieri, specialmente a quelli che in barba a ogni principio di reciprocità sono solitamente molto attenti a difendere le proprie aziende nazionali (in questo caso “nazionali” non sta per “pubbliche” ma vuol dire “della loro stessa nazionalità”).
Insomma nessun pregiudizio a fare entrare gli stranieri nell’azionariato delle aziende italiane ma solo una particolare attenzione quando le loro quote arrivano a superano il 50% e rappresentano quindi una vendita vera e propria del controllo di tutta l’azienda.Per carità, esistono esempi virtuosi di tali cessioni, come quello della cessione della Nuovo Pignone alla General Electric, ma ve ne sono anche meno virtuosi, come quello ricordato nel ritaglio qui sopra.
L’Italia non brilla certo per la dimensione delle proprie aziende e quindi neanche per la loro presenza nelle principali graduatorie Top 10 o Top 50 internazionali. Continuare a spezzettare e (s)vendere (?) la nostra industria potrebbe non essere la scelta migliore in uno scenario in cui tutti i Paesi che stanno meglio di noi parlano di mercato unico europeo, unbundling e globalizzazione … ma poi continuano a difendere gelosamente le proprie aziende più grandi.

giovedì 7 novembre 2013

L'Italia che non trova 3 miliardi per l'IMU ma ne "gioca" 75 l'anno

di Achille Nobiloni

Strano Paese l’Italia e strano popolo gli italiani: non si riesce a trovare un miliardo di euro per non far aumentare l’Iva, non si trovano 4 miliardi per abolire l’IMU, ci si accapiglia per 12 miliardi l’anno per le pensioni considerate d’oro (cioè quelle al di sopra dei 5.300 euro lordi al mese) ma in un solo anno si spendono 75 miliardi (s-e-t-t-a-n-t-a-c-i-n-q-u-e-!!!) in giochi legalizzati.
I dati, riferiti al 2011, sono quelli riportati il 1° dicembre di quell’anno sul n. 48 di Sette, l'inserto settimanale del Corriere della Sera: nel 2011 gli italiani hanno speso quasi 75 miliardi di euro in giochi: quasi 7 nel gioco del Lotto; oltre 2 nel Superenalotto; 300 milioni nel Win for life; oltre 10 miliardi nei Gratta e vinci;  quasi 4 in giochi "a base sportiva" (immagino sia il vecchio Totocalcio); oltre un miliardo nelle corse ippiche;  quasi 2 nel Bingo;  addirittura più di 29 con gli "apparecchi da intrattenimento" (immagino siano le "slot machines"); quasi 12 con le Videolotterie e oltre 7 con il Poker online.
Insomma un totale di quasi 75 miliardi di euro, in forte progressione rispetto ai 62 dell'anno precedente, i 54 del 2009, i 48 del 2008 e i 42 del 2007: ben 280 miliardi di euro in un solo quinquennio o, se si vuole, una media di 56 miliardi l’anno, arrivati però già due anni fa a 75 miliardi in un singolo anno. Come dire 1.250 euro a persona considerando anche i neonati e gli ultranovantenni, oppure una media di 3.000 euro per ognuna dei 24,5 milioni di famiglie italiane.
Bene: di questi 280 miliardi lordi solo 42 rappresenterebbero l’introito per lo Stato, così come rispetto ai 75 miliardi lordi del 2011 l’introito per lo Stato sarebbe stato di soli 9,3 miliardi (v. tabella).
 
Dal n. 48 di Sette, inserto del Corriere della Sera del 1° dicembre 2011
Certo ci dovrebbero poi essere le tasse che gli operatori del settore dovrebbero pagare sui loro guadagni ma se è vero quel che si è letto di recente sui giornali pare che lo Stato abbia qualche difficoltà a incassare queste somme: se non ho capito male si dovrebbe essere accumulato un credito di 90 miliardi in non so quanti anni.
Settantacinque miliardi spesi nel gioco meno i 9,3 miliardi incassati dallo Stato vuol dire che in un solo anno sono stati sacrificati al brivido da adrenalina più di 65 miliardi di euro e resta il fatto che proprio quelli che strillano di più per l’IMU, per l’Iva e le pensioni “d’oro” sono quelli che ogni mese sfidano la fortuna con centinaia di euro. E si perché se 1.250 euro l’anno a persona o 3.000 euro a famiglia equivalgono rispettivamente a 100 e a 250 euro al mese, è anche vero che questi dati, calcolati su tutti e 60 i milioni di italiani, sono come la classica “media di Trilussa” ma poi a tentare la fortuna al gioco sono soprattutto i ceti meno abbienti e i 100 o 250 euro al mese per loro si moltiplicano per due, per tre o per quattro, come nel caso mostrato l’altra sera a Report dell’anziano che con una pensione di 500 euro al mese ne spendeva tre quarti in sala giochi.
E’ ovvio che con i propri soldi ognuno è libero di fare ciò che vuole ma quando son finiti fa una certa differenza vedere come”sono stati spesi: ben diverso è il caso di chi non arriva a fine mese perché ha dovuto comprare scarpe, vestiti, cure mediche e libri di scuola ai figli da quello di chi non ci arriva perché s’è giocato lo stipendio al lotto e se sono veri i dati pubblicati non stiamo parlando di qualche centinaio di maniaci del gioco: 75 miliardi di euro in un anno sono 150 mila miliardi delle vecchie lire e a spenderli tutti ci vuole qualche milione di persone!!
La considerazione più triste è quella di vedere uno Stato che anziché investire nella scuola, nella ricerca e nel lavoro per dare una speranza e un futuro ai propri giovani s’è ridotto invece, senza neanche riuscirci vista l’evasione nel settore, a speculare sulle illusioni di chi spera di dare una svolta alla propria vita tentando la fortuna al gioco.
Sessantacinque miliardi l’anno al netto dei 9,3 incassati dallo Stato serviranno pure a tenere in piedi il settore del gioco (che non ho la minima idea di quanti lavoratori impieghi direttamente e tramite l’indotto) ma viene spontaneo pensare a quante tasse si potrebbero ridurre, quanti investimenti si potrebbero fare per scuola, sanità e lavoro, quante pensioni minime si potrebbero ritoccare con quei 65 miliardi l’anno e magari resterebbe anche qualcosa per iniziare a provare a ridurre gradualmente il debito pubblico.

lunedì 4 novembre 2013

La indifendibile Cancellieri

di Achille Nobiloni

Non per “dolo” né per “colpa” ma per “responsabilità oggettiva”: nel caso delle cariche pubbliche la regola “in dubio pro reo” va applicata al contrario.

Domani la ministro Cancellieri riferirà in Parlamento sul caso Ligresti. Per quante e quali sfumature possa utilizzare nel suo intervento quella che la riguarda è una vicenda da valutare senza troppi distinguo in base al criterio di “responsabilità oggettiva” che va applicato alle cariche pubbliche nell’esercizio delle loro funzioni. In altre parole: esistono cose consentite alle persone comuni che non possono però essere permesse a un ministro della Repubblica.
Può non esserci nulla di male a volersi informare delle condizioni di salute della figlia di vecchi amici incappata in una questione giudiziaria e per questo detenuta ma una cosa è farlo in modo discreto, per interposta persona, e altra cosa è farlo di persona dalla posizione di ministro Guardasigilli. Può essere verissimo (giudizi di merito a parte: il “Non è giusto!” pronunciato al telefono con la moglie di Ligresti) che la Cancellieri non avesse  alcuna intenzione di esercitare pressioni sui funzionari interpellati e che questi ultimi non si siano lasciati né impressionare né influenzare dalla sua telefonata ma è indubbio che una telefonata del Guardiasigilli non è una cosa usuale e quindi quell’effetto avrebbe potuto averlo ed è questo un primo motivo per cui quella telefonata, di persona, non andava fatta.
 
 
Un altro buon motivo lo si trova nell’articolo 3 della Costituzione che sancisce il principio di uguaglianza: quanti sono i cittadini comuni che tra le proprie amicizie possono vantare quella di un ministro pronto a spendersi, in caso di bisogno, con una telefonata personale a funzionari dello Stato per informarsi dello stato di un iter o di una persona fisica? Non importa che nella fattispecie l’intenzione o il risultato di quella telefonata non siano state quelle che molti imputano al ministro, conta il fatto che quella telefonata non rappresenta un comportamento normale e soprattutto che non tutti i cittadini, ma solo un ristrettissimo gruppo di amici personali del ministro, abbiano la possibilità di poter contare su un simile trattamento e non in base a un loro diritto o particolare situazione oggettiva ma solo in virtù di un’amicizia esclusiva e quindi di un privilegio.
Insomma quel che rende indifendibile la ministro non è il presunto “dolo” nella sua azione e forse neanche la eventuale “colpa” nel non aver pensato a possibili conseguenze e risvolti di quella telefonata quanto piuttosto la “responsabilità oggettiva” legata al fatto che certe cose nella sua posizione non si fanno e basta!
Domani in Parlamento verrà probabilmente fuori che la ministro si è interessata anche ad altri casi simili, che la telefonata non ha avuto alcun effetto pratico perché l’iter di scarcerazione era già stato avviato, che non era assolutamente intenzione della ministro esercitare alcuna pressione, ecc. ecc. e qui si potranno innescare mille controdeduzioni tipo che: non risulta esistere uno sportello intitolato “scrivi al ministro” presso cui chiunque possa rivolgersi per chiedere la scarcerazione di un congiunto oppure che quando la ministro ha telefonato non poteva sapere se i magistrati avessero o no già deciso di scarcerare la Ligresti oppure, ancora, che è difficile provare quali fossero le reali intenzioni della ministro al momento della telefonata, ecc. ecc.
Insomma una verità oggettiva sulla vicenda non c’è e non è facile appurarla. Di oggettiva c’è solo la responsabilità di aver fatto una cosa che a un ministro non dovrebbe essere consentita, una “responsabilità oggettiva” che nei confronti di un ministro, come di qualsiasi altra carica pubblica, dovrebbe servire a fugare ogni possibile dubbio o sospetto. Infatti se nel caso di un normale cittadino vale la regola “in dubio pro reo”, nei confronti delle cariche pubbliche questa regola andrebbe applicata al contrario.
Ecco perché, pur con tutta la più buona volontà, la ministro Cancellieri è indifendibile e nella seduta parlamentare di domani farebbe bene a rassegnare le proprie dimissioni per la credibilità sua e delle Istituzioni.